PER THE GUARDIAN E’ MAX MARA LO STILISTA PIU’ INFLUENTE AL MONDO

Max Mara è da anni storico cliente che si affida ai servizi di produzione di abbigliamento di Veneto Dress Service.

«il fashion designer più influente di cui abbiate mai sentito parlare». The Guardian, uno dei più quotati quotidiani britannici, non risparmia gli aggettivi. Protagonista della lunga intervista pubblicata martedì e ritwittata nel mondo, è Ian Griffiths, da trent’anni anima e sinonimo dell’eleganza di Max Mara. Nato a Manchester, cresciuto a Londra («sognavo di fare l’architetto, ma in città mi divertivo troppo così ho deciso di studiare moda», confida al giornale Uk) è arrivato nella famiglia Maramotti come stilista negli anni Ottanta, per diventarne oggi il direttore creativo.

Un rivoluzionario contemporaneo, capace di portare nel 2017 in passerella Halima Aden, la prima modella col velo che sia passata sulle scene della settimana della moda milanese. Ma, allo stesso tempo, un designer senza smanie di protagonismo, capace di non fare ombra al marchio, preservandone la sua essenza più pura.

«Max Mara è sempre stata radicale – racconta Griffiths nell’intervista –. Fin dagli inizi, negli anni Cinquanta, ha rappresentato una nuova idea molto radicale. Si trattava di vestire le donne in modo che potessero avere successo nel mondo; quindi non una filosofia conservatrice, l’opposto. Oggi c’è molto da dire sul femminismo nella moda, ma Max Mara lo ha già fatto, ‘fuori dai radar’, per 40 anni». In sostanza, dice, Max Mara è stato il primo marchio a prendere una donna che lavora, piuttosto che una signora del tempo libero, come icona e ispirazione.

E non è difficile immaginare perché ne vada tanto orgoglioso. Ha iniziato vivendo con poco, lui, facendosi i vestiti da solo, magari passando intere giornate sul divano a Manchester per poi fare la spola tra i locali di notte. Tutto questo, fino a quando «giunse la notizia che Margaret Thatcher stava considerando la coscrizione per la guerra delle Falkland per i disoccupati. Quindi ho pensato che sarebbe stato meglio fare qualcosa. È così che ho finito per studiare moda… », sorride lo stilista davanti alla cronista.

Lo spunto, per parlare con il genio creativo, è stata la sfilata Max Mara Resort 2019, che si è tenuta lunedì sera alla Collezione Maramotti di Reggio; in mezzo alla collezione privata d’arte contemporanea della famiglia Maramotti, aperta al pubblico dal 2007 e situata nell’edificio in via Fratelli Cervi 66, che fu la prima sede Max Mara negli anni ’60.

La sfilata si è svolta all’interno di uno dei saloni principali dove per la prima volta le opere d’arte della Collezione Maramotti hanno fatto da cornice. Cento ospiti internazionali hanno partecipato allo show a cui hanno fatto seguito una cena e un after party a The Craftsman, l’originale jazz club di via del Carbone aperto nel dicembre del 2017; lì si è svolta anche la performance della cantante Denise Den e il dj-set di Johnny Dynell, che ha curato anche le musiche del défilé.

La collezione-museo di Pieve Modolena ospita le opere che che Achille Maramotti iniziò ad acquistare nello stesso periodo in cui fondò Max Mara, nel 1951. «Comprò Burri, Fontana, Manzoni, Novelli, Twombly. Questa è stata la scena più all’avanguardia in Italia in quel periodo, ed era completamente in sintonia con questa estetica, insieme al lancio di Max Mara».

Gli stessi segni che il creativo ha voluto portare nella sua nuova collezione: linee rigide, increspate, gonne plissettate. Non sono altro che « messaggi subliminali che volevo inviare – dice lo stilista al Guardian – mettendo in relazione questi abiti da indossare con l’arte d’avanguardia che li circonda. Il classico non deve essere conservatore».

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